
“Le nuvole si erano tutte raggruppate, in un cielo azzurro terso. Ben presto cominciò a piovere. Una pioggerella calda e piacevole, fatta di tante semplici goccioline. Dovunque cadessero, tutte si dissolvevano.
Tutte tranne una. Una gocciolina che, invece di disfarsi, schizzò via rimbalzando …”
Inizio per caso questo racconto, senza uno schema, senza voglia di pensare al risultato, ma solo con la grandissima gioia di narrare la storia, anzi, tre storie di bambine e bambini che, senza saperlo, mi hanno insegnato a saltare e dissolvermi e risaltare, come una gocciolina d’acqua nel lungo torrente della mia esistenza.
Racconterò quindi un pezzo della mia stessa vita, il più difficile forse, quando a trent’anni sono partita da capo, come fossi uscita nuovamente dal grembo di mia madre. Tutto era da costruire; io potevo solo alzarmi, imparare a camminare e crescere.
E l’ho fatto, oh si che sono cresciuta, partendo da una scuola, da quelle bambine e da quei bambini, partendo dalla bambina che io un tempo ero stata.
Li ho visti giocare, ridere, piangere, mangiare, sporcarsi e fare la cacca, le ho viste alzarsi dopo essere cadute, ridere dopo aver pianto, abbracciarsi dopo essersi picchiate. Li ho visti giocare insieme, nonostante le loro profonde differenze.
Li ho visti vivere, in fondo, esattamente come viviamo noi persone adulte, no?
L’inizio delle storie: il primo incontro
La prima volta che li ho incontrati dovevo prendere accordi per il mio nuovo lavoro a scuola; era un giorno di pioggia e loro, come tante goccioline, camminavano verso il parco.
Non erano a scuola, ma in cammino per strada, felici, liberi, guidati e protetti dalla loro educatrice. Avevano la mantellina sulle spalle e sulla testa, alcuni solo sulle spalle; senza paura di bagnarsi i capelli. Camminavano sotto la pioggia e con i piedi in mezzo al fango, e, come tante goccioline, “invece di disfarsi, schizzavano via rimbalzando”.
Che immane privilegio ho avuto! Ne sono assolutamente convinta. Ora so per certo che senza quella scuola, io, sarei stata una Donna assai meno fortunata.
Da poco tornata a Roma, la mia città di origine, quel piccolo pezzo di mondo mi ha fatta entrare direttamente dalla porta principale, ma a testa bassa, perché in un tale mondo, un’adulta come me, aveva solo da imparare.
Quando una bambina, o un bambino, arriva tra gli adulti, quando nasce per esempio, deve compiere l’enorme sforzo di adattarsi a loro, alle loro abitudini; a volte deve modellarsi per farsi accettare, perché gli adulti, si sa, sanno tutto, ma (concedetemelo) sanno davvero poco su come accettare un bambino.
Quando una persona adulta entra in un mondo di bambini e bambine, invece, nessuno sforzo deve fare per essere accettata: in quel mondo non esistono barriere o prove da superare. Un’adulta viene accettata, voluta e incoraggiata ad amare dai bambini, viene accompagnata ad “inginocchiarsi” per guardare il mondo dalla loro altezza, viene guidata poi alla risalita naturale e spontanea.
Se una persona adulta entra davvero in un mondo di bambini e bambine, quello che deve fare è solamente ricominciare a rimbalzare come fanno le goccioline d’acqua quando cadono e toccano la terra. La cosa difficile non è imparare a farlo, ma solamente ricordarsi come si fa, perché tutte e tutti, anche se non lo ricordiamo, almeno per un po’, abbiamo rimbalzato.
Racconterò tre storie, tre piccoli grandi momenti che dei bimbi e delle bimbe, inconsapevolmente (chissà), mi hanno aiutata a vivere, facendomi diventare sempre di più… me.
Accoglienza. Il primo giorno alla scuola dell’infanzia
Dopo aver deciso che avrei lavorato in quella scuola – non con i bambini attenzione, ma come segretaria (perché io con i bambini, nonostante fossi mamma, pensavo proprio di non saperci fare) – avevo la sensazione che avrei imparato qualcosa di nuovo, nonostante fossi preparata.
È stato esattamente così: ho imparato cose nuove e utilissime, ma non di ragioneria e contabilità come ingenuamente credevo.
La prima cosa che ho imparato è stata l’ACCOGLIENZA.
Quando Lavinia, cinque anni, mi è saltata in braccio la prima volta era il nostro secondo incontro. Mi ha abbracciata senza timore e con tanta naturalezza mi ha fatta sentire parte di quel posto, dove a dirla tutta, io c’entravo davvero poco.
È stato semplice: mi ha vista, mi è corsa incontro e mi è saltata in braccio. Senza dire nulla però, mi ha tirata per il collo, facendomi piegare la schiena in avanti; dolcemente (neanche troppo) mi ha fatto notare che l’abbraccio sarebbe arrivato prima se mi fossi abbassata invece di rimanere ferma e rigida come un tronco d’albero secolare.
Ha fatto la stessa cosa il giorno dopo e quello dopo ancora, per tutti i giorni nei quali ci siamo viste e io, a poco a poco, ho imparato.
Ora, quando vedo una bimba o un bimbo corrermi incontro mi libero di tutto ciò che mi ingombra (borsa, libri, telefono, pensieri) e mi inginocchio. Apro le braccia e aspetto di ricevere quell’abbraccio, perché, a differenza di un adulto, quando un bambino ti corre incontro è perché ti vuole abbracciare. Mi concedo il privilegio di essere accolta, semplicemente, e di accogliere io stessa.
Ora, quando sto per salutare una persona adulta mi libero di tutto ciò che mi ingombra (preconcetti, litigi passati, incomprensioni, aspettative) e semplicemente la saluto; sorridendo felice di farlo, la accolgo.
Scontato no? Naturale no? Beh, per me non lo era poi così tanto.
La fiducia. Giorno dopo giorno nella scuola dell’infanzia
Sicuramente il lavoro sapevo farlo e lo facevo bene, però io che poco prima ero stata a capo dell’ufficio amministrativo di una bella azienda, con una scrivania enorme e una poltrona comodissima scelta da me, trovavo una leggera difficoltà nel ricominciare da una scrivania piccolissima, una sedia pieghevole e una vita da ricostruire.
Quel giorno il mio unico compito era archiviare fatture, bolle e documenti vari. Ricordavo e rimpiangevo con tristezza i bei tempi passati ad amministrare un’azienda con un buon fatturato, rimpiangevo le settimane a scegliere e formare personale. In quella scuola, io, non ci volevo proprio stare.
A un certo punto, vedo Elena, una bimba di neanche tre anni, che, come me, voleva essere assolutamente altrove. La vedo chiamare con forza Alessandro, il fratello di 5 anni che in quella scuola si era ormai adattato benissimo, per farsi aiutare a trasportare del materiale. Lo chiama ad alta voce, ma Alessandro fa finta di non sentirla; lei in difficoltà e con gli occhi pieni di lacrime si siede disperata ed inizia a piangere.
Proprio in quel momento, davanti a lei arriva la maestra; con un sorriso enorme le dice: <<ce la fai anche da sola e se proprio ti serve una mano io sono qui, ti aiuterò appena me lo chiederai>>.
Elena si alza e da sola porta i giochi dove voleva che fossero.
Proprio in quel preciso momento ho capito che quella situazione, benché difficile, era per me l’occasione per farcela finalmente da sola, partendo da zero.
A piccoli passi avrei trovato la forza per ricostruire tutto quanto, per mettere ogni cosa dove volevo che andasse; da sola, ma con la certezza che se avessi avuto bisogno di qualcuno o qualcosa, la vita me lo avrebbe donato, esattamente come ha fatto con Elena.
Perché la vita fa cosi, se ti metti a nudo al suo cospetto, ti regala tutto ciò che desideri e di cui hai bisogno per crescere e costruire cose nuove e meravigliose.
La mia strada. L’inizio della primaria
L’ultima lezione, la più importante, è arrivata da un altro insegnante inaspettato; da una persona, che ormai ho capito essere la mia guida: mio figlio.
Perché se è vero che da sola ho ricominciato e messo insieme pezzi nuovi in una strada nuova, è altrettanto vero che senza Vincenzo Gonzalo io quella strada, la mia strada, non l’avrei neanche mai intrapresa.
Era una mattina come tante: sveglia, colazione, doccia e poi via di corsa per accompagnare Vincenzo a scuola.
In quel periodo avevo anche ricominciato a studiare, stavo specializzandomi (ancora non lo sapevo) per ciò che sarebbe arrivato qualche annetto dopo.
Avevo fretta, stavo facendo tardi all’università, ma Vincenzo quella mattina voleva proprio che gli leggessi un libro.
Non potevo, era tardi, ma lui insisteva in un modo insolito, voleva che lo leggessi. Voleva che leggessi quel libro a scuola, nella sua scuola, che poi era anche la mia scuola.
Una volta accompagnato al parco ho iniziato a leggere quel libro, a lui, velocemente, prima di salutarlo per poi scappare via.
Piano piano qualche bimbo si è avvicinato, poi una bimba e un’altra ancora; in breve tempo, un piccolo gruppo di bimbi e bimbe mi era intorno, per ascoltare la storia.
Si avvicina l’educatrice e mi dice: <<chissà che tu non abbia deciso di diventare una maestra>>.
Sorrisi, senza ancora sapere che la strada che stavo percorrendo, era proprio quella.
Oggi, a qualche anno di distanza da quell’inaspettato primo incontro, ho capito l’importanza di affidarsi alla vita, ho capito il valore di un gesto spontaneo e di una carezza all’anima, ho capito che sempre, e dico sempre, l’esistenza ne sa davvero molto più di noi.
Ho capito l’importanza di un gesto bello regalato senza pretese.
Ho capito che spesso, quando percorri la strada della tua vocazione, incontrerai ostacoli, ma tutti funzionali al tuo percorso. Ho capito che questi ostacoli ti renderanno forte, resiliente e capace di manifestare il tuo sogno.
Ho capito che la vita è ciò che inaspettatamente (più o meno, ora lo so!) ti capita, mentre ti sforzi di fare la cosa giusta.
Grazie a tutte le persone che, nel bene e nel male, hanno permesso che tutto ciò accadesse.
Grazie ai miei alunni e alunne che, di fatto, sono, i miei più saggi Maestri.
Con Amore
La Maestra Franci