Nei giorni a ridosso della festività dei morti, tra i ragazzi e le ragazze delle medie, a scuola, si respira un’aria sospesa. Spesso la morte viene trattata come un tabù da cui proteggere le persone, un freddo capitolo da evitare. Insieme alla mia collega di italiano, invece, abbiamo scelto di onorare questo passaggio con un momento di condivisione profondo, unico e intimo.
Dove insegno, la festività dei morti è stata sempre onorata e vista da diverse angolazioni. Questa volta, però, l’intento era quello di esplorare insieme il concetto scientifico della decomposizione, spogliandolo della paura e restituendogli la sua essenza.
Cos’è la morte se non l’atto generoso con cui un corpo torna a farsi nutrimento permettendo alla Matrice di continuare a creare?
Mentre ascoltavo i ragazzi e le ragazze riflettere, proprio loro che nel bosco ci sono cresciuti e ci hanno fatto scuola, ho sentito che quel mio profondo sogno di vedere parlare di Chimica e di Scienze in un modo più alto e profondo, finalmente, si stava realizzando. La scienza è una materia viva, che parte da dentro e ci connette con il fuori, perché il dentro e il fuori sono biologicamente, intimamente identici.
Per connetterci davvero a questo mistero, abbiamo messo da parte i libri e abbiamo fatto affidamento al nostro sentire interiore. Abbiamo iniziato a parlare dei flussi invisibili della materia, lasciando che i grandi insegnamenti silenziosi del bosco che li accompagna da sempre, emergessero. Inoltre, reduci anche dal laboratorio sulla tavola periodica degli elementi iniziato già lo scorso anno, i ragazzi e le ragazze portavano dentro di loro tutta una serie di conoscenze che attendeva solo di unirsi a quello che gli esseri umani devono solo, semplicemente, imparare a ricordare.
Le caselle colorate della tavola periodica e i simboli chimici che avevano iniziato a studiare con entusiasmo grazie a degli esperimenti molto divertenti, si sono trasformati in respiro e movimento. Da concetti astratti, sono diventati vita reale. La Chimica è finalmente diventata per loro una lente per leggere l’invisibile dentro e intorno a noi. Hanno iniziato a capire che quegli stessi elementi che facevamo reagire in classe per gioco, in realtà, vibrano dentro le loro cellule, scorrono nella linfa delle piante e si muovono nella terra. La scienza si è fatta carne, esperienza … si è fatta viva.
Infine, sotto la guida delle loro stesse intuizioni e sensazioni, si sono accorti che tutta la sacralità della vita si basa sullo stesso identico, ridottissimo gruppetto di elementi. Che si tratti di un essere umano, di un insetto, di un albero o di un fungo, la ricetta fondamentale non cambia. Siamo tutti formati dagli stessi elementi: Idrogeno, Carbonio, Ossigeno e Azoto.
Hanno capito, e non con poca meraviglia, che gli atomi di Carbonio presenti nella nostra pelle sono gli stessi identici racchiusi nella corteccia degli alberi secolari che ci circondano. Hanno compreso che quegli stessi mattoncini invisibili un tempo hanno dato forma a un dinosauro, a un pesce degli abissi o a un antenato, e che la nostra Madre Terra non crea mai nulla da zero, semplicemente ricompone.
Quindi, in conclusione, abbiamo capito di esser fatti delle stesse particelle interconnesse che, interagendo tra loro, creano il cerchio della vita.
Insegnare in una scuola in natura, per me, significa prima di tutto fare educazione emotiva e spirituale. La morte, spogliata dal filtro culturale del macabro e ricondotta alla sua sacra realtà biologica, si rivela come l’ingranaggio perfetto che garantisce la continuità della vita.
Siamo legati a ogni essere vivente da un profondo e indissolubile legame cellulare. E ricordare chi non c’è più, scientificamente e umanamente, significa celebrare la materia immortale che ci unisce tutti, custodi temporanei dello stesso immenso soffio vitale.